Il Corpo Questo Sconosciuto

IL CORPO QUESTO SCONOSCIUTO Un giorno Atena fece un flauto a due canne con ossa di cervo e lo suonò a un banchetto degli dei. Si chiedeva però perché Era e Afrodite ridessero in silenzio, con il volto nascosto dietro le mani, mentre gli altri dei erano rapiti dalla musica. Si ritirò da sola in...

IL CORPO QUESTO SCONOSCIUTO

Un giorno Atena fece un flauto a due canne con ossa di cervo e lo suonò a un banchetto degli dei. Si chiedeva però perché Era e Afrodite ridessero in silenzio, con il volto nascosto dietro le mani, mentre gli altri dei erano rapiti dalla musica. Si ritirò da sola in un bosco della Frigia, sulla riva di un fiume e guardò la propria immagine nell’acqua mentre soffiava nel flauto; le gote gonfie e il volto congestionato le davano un aspetto grottesco. Buttò via il flauto lanciando una maledizione contro chiunque lo avesse raccolto.  Marsia vi inciampò sopra e fece in tempo a portarlo alle labbra che il flauto, ricordandosi della musica di Atena si mise a suonare da solo. Percorse così la Frigia incantando i contadini che esclamavano che nemmeno Apollo con la sua lira avrebbe potuto suonare meglio. Marsia commise l’imprudenza di non contraddirli. Da ciò la collera di Apollo che gli propose la gara in cui il vincitore avrebbe imposto al vinto il castigo a sua scelta. L’orgoglioso Marsia accettò. La giuria era composta da Muse. Apollo vinse la gara e scelse il castigo per Marsia. Essere appeso ad un pino a testa in giù con la pelle squarciata da una lancia.

 (Il Mito Greco di Marsia. Didier Anzieu, L’Io Pelle)

Nel Progetto di una psicologia (1895) Freud elabora una nuova teoria quella di “barriera di contatto”, il concetto di una barriera che ferma il passaggio o che lo permette in parte come le fibre nervose, note a Freud nel suo periodo medico, che mantengono o scaricano un’energia. Fin dal 1905, ha messo in evidenza la pelle come zona erogena. Nel piacere di guardare e di esibire, l’occhio corrisponde ad una zona erogena; nella componente dolore-crudeltà della pulsione sessuale, è la PELLE che assume lo stesso ruolo. La pelle che in particolari luoghi del corpo si è differenziata in organi di senso e si è modificata in mucosa, è dunque la zona erogena per eccellenza.

Alla nascita e nei giorni seguenti il bambino presenta un abbozzo di IO a seguito delle esperienze sensoriali già fatte verso la fine della vita intrauterina. Per sopravvivere il neonato ha bisogno di ricevere cure ripetute e di emettere segnali per chiedere tali cure. Il bambino è in continua interazione con l’ambiente esterno. Sollecita gli adulti che lo circondano, e gli adulti fanno lo stesso in un sistema di AUTOREGOLAZIONE. 

Se l’ambiente materno e accudente non entra in tale gioco di sollecitazione reciproca o se dipende dal bambino stesso, il bambino può sviluppare reazioni di ritiro/collera, se sono passeggere le privazioni, saranno passeggere anche le reazioni, se sono durature può svilupparsi una patologia.

Anzieu (L’Io – pelle), definisce “cerchia materna” perché circonda il bambino di un involucro esterno che si adatta ad una certa elasticità, lasciando uno scarto disponibile all’involucro interno, alla superficie del corpo del bambino luogo di emissione di messaggi. Tale involucro su misura finisce di individualizzare il bambino grazie al riconoscimento che gli porta la conferma della propria individualità. Essere un IO significa sentirsi UNICO.

Se lo strato esterno è troppo aderente alla pelle del bambino, l’IO del bambino viene soffocato nel suo sviluppo, viene invaso da uno degli IO dell’ambiente. (Come la tunica avvelenata di Nesso nella mitologia greca). 

Se lo strato interno è troppo allentato, L’IO manca di consistenza. Lo strato interno tende a formare un involucro liscio, continuo, chiuso, mentre lo strato esterno ha una struttura a maglia. La patologia potrebbe riguardare un’estrema rigidità dello strato esterno, e quello interno può essere bucato.

L’IO pelle assolve ad una funzione di conservazione della vita psichica come la funzione biologica in cui la madre sostiene il bambino (holding, Winnicott). La funzione psichica serve ad interiorizzare l’holding materno. L’IO pelle è una parte della madre, le mani che sostengono e che cullano, che viene interiorizzata dal bambino e che lo sostiene così come la madre sostiene il bambino quando è inerme. L’appoggio esterno della madre al corpo del bambino crea il sostegno che il bambino avrà da solo. 

Francis Bacon, Autoritratto

L’incubo frequente nei bambini febbricitanti, una superficie che si piega, s’incurva, si straccia piena di gobbe e di crepe, traduce proprio l’attacco alla rappresentazione rassicurante di una pelle comune con l’oggetto supporto che sostiene.

La PELLE come contenitore di un IO, come sacco creato dalle cure materne. Un IO Pelle creato dai giochi tra il corpo materno e il corpo del bambino, le risposte alle sensazioni del bambino da parte della madre, alle emozioni. L’involucro sano rinforza l’involucro tattile, tale da creare la capacità del bambino a provare per proprio conto quelle sensazioni e quelle emozioni. Da fuori a dentro. La rêverie materna secondo Bion. La pelle protegge il corpo, l’IO pelle protegge la parte psichica.

La pelle del bambino è oggetto dell’investimento libidico della madre. Il nutrimento e le cure si accompagnano a contatti pelle a pelle, generalmente gradevoli che preparano all’autoerotismo e rendono i piaceri della pelle sfondo dei piaceri sessuali. L’IO PELLE svolge la funzione di superficie di sostegno dell’eccitazione sessuale su cui si possono localizzare le zone erogene. 

Alla pelle come superficie di stimolazione permanente del tono sensomotorio attraverso le eccitazioni esterne corrisponde la funzione dell’IO pelle di ricarica libidica del funzionamento psichico, di conservazione della tensione energetica interna.

La pelle, con gli organi sensori tattili contiene (tatto, dolore, caldo-freddo), fornisce informazioni dirette sul mondo esterno. L’IO pelle svolge la funzione di iscrizione delle tracce sensoriali, tattili, funzione di scudo di Perseo, che rinvia l’immagine della realtà come uno specchio.

La vita psichica comincia con un’esperienza di fusione ( Joyce McDougall, Teatri del Corpo). Da qui la fantasia per il bambino che esiste un solo corpo e una sola psiche per due persone. Un’entità indivisibile. Il lattante non è ancora cosciente della separazione, di due entità differenti dalla mamma. La mamma è un ambiente totale, un universo.

Profondamente sepolto in ognuno di noi, esiste la nostalgia di un ritorno a questa illusoria fusione, ritornare nel ventre materno. Il prolungamento immaginario della reale vita intrauterina, non avrà soltanto un ruolo fondamentale nella psiche del neonato, ma orienterà anche il funzionamento somatopsichico del neonato stesso. Tutto quello che minaccia tale illusione, lancia il piccolo verso una corsa disperata alla ricerca del paradiso perduto e la madre risponde al richiamo attraverso il proprio calore, il ritmo, la prossimità protettrice del corpo e della musica della voce. 

Ma nel bambino c’è anche un forte bisogno di separazione. Il bambino va verso la differenziazione, e se questo non viene agevolato dalla madre come per esempio durante il sonno, la cosa può scatenare disturbi psicosomatici, ad esempio un’insonnia per cui riesce a dormire solo in braccio alla madre.

Quando la relazione madre-figlio è sufficientemente buona (Winnicott) a partire dalla matrice somatopsichica originaria si svilupperà una differenziazione progressiva nella strutturazione psichica del bambino, tra il proprio corpo e quella prima rappresentazione del mondo esterno che è il corpo materno, il seno-universo. Ciò che è psichico nel bambino si distinguerà a poco a poco da ciò che è somatico.

Nelle somatizzazioni, il rimosso, lo sconfessato, il proiettato, possono far scomparire dalla coscienza alcune esperienze psichiche vissute. Ma la psiche non viene con questo privata di qualcosa che in precedenza abbia fatto parte di essa, qualcosa che sia stato rappresentato mentalmente, anche se tale contenuto non sia stato più accessibile alla coscienza. Questo qualcosa può riemergere in circostanze favorevoli, si insinua così nella vita onirica e nelle fantasie diurne, nelle nostre inibizioni, nei sintomi, nelle attività sublimate. (J. McDougall).

La psiche non è mai veramente privata dai pensieri, delle percezioni, delle sensazioni, dei traumi o dei piaceri che ha un tempo conosciuto, anche se tali esperienze sono inaccessibili a ogni forma di coscienza. I sintomi ci lasciano a volte perplessi perché ci appaiono altrettanto illogici gratuiti come i nostri sogni.

L’infans non possiede le capacità di utilizzare il pensiero verbale e, quando la funzione materna viene a mancare, deve far fronte in altro modo tempeste affettive o agli stati di eccitazione e di dolore non elaborabili. Constatiamo allora che in questo modo la psiche viene a essere veramente privata di parole o di quelle che Freud chiamava rappresentazione di parole. Al posto di esse, la psiche dispone soltanto delle rappresentazioni di cose.

Il messaggio primitivo proveniente dalla psiche avrà ripercussioni sul funzionamento somatico del soggetto, seguendo le tracce contenute nella memoria di cui è dotato il funzionamento automatico del corpo. Siamo tutti capaci, nei momenti in cui le abituali difese contro stati di totale impotenza psichica ci vengono a mancare, di somatizzare il nostro dolore mentale.

IL TRAUMA

TRAUMA dal greco rottura, lesione, ferita.

“In seguito a gravi scosse meccaniche, scontri ferroviari e altri incidenti che implicano un pericolo mortale si può verificare una situazione che è stata descritta da tempo e a cui è stato dato il nome di “nevrosi traumatica”. La terribile guerra che si è appena conclusa ha determinato la comparsa di molte affezioni di questo genere, ma almeno ha posto termine al tentativo di farle risalire a lesioni organiche del sistema nervoso, dovute all’azione di una forza meccanica. Il quadro clinico della nevrosi traumatica si avvicina a quello dell’isteria per la grande varietà dei sintomi motori analoghi, ma di regola lo travalica per i segni spiccati di una sofferenza soggettiva che ricorda l’ipocondria o la melanconia e per le prove che offre di un ben più esteso generale indebolimento e turbamento delle facoltà psichiche. Le nevrosi traumatiche hanno in comune innanzitutto la sorpresa, lo spavento”. (Freud, Al Di Là del principio del piacere).

Nel DSM-5 il Disturbo Post Traumatico da stress (DPTS) è lo sviluppo di sintomi tipici che seguono l’esposizione a uno o più eventi traumatici.  La manifestazione clinica è variabile. In alcuni soggetti può essere predominante il rivivere con paura i sintomi emotivi e comportamentali. In altri possono creare maggiore sofferenza in altri possono mostrare sintomi di arousal e reattivi-esternizzanti, mentre in altri predominano sintomi dissociativi. Gli eventi riguardano, esposizione alla guerra, aggressione fisica reale o minacciata, abuso reale o minacciato, essere rapiti, essere presi in ostaggio, attacco terroristico, tortura, disastri naturali, incidenti automobilistici. Per i bambini eventi sessualmente violenti, o esperienze sessuali inappropriate allo sviluppo, una malattia che mette a repentaglio la vita. Anche essere testimoni di violenze, incidente, guerra o disastro o malattia.

Tra i sintomi troviamo la presenza di uno o più di pensieri intrusivi associati all’evento traumatico che hanno inizio successivamente all’evento. Ricordi intrusivi ricorrenti; sogni spiacevoli il cui contenuto o le emozioni sono riferite all’evento; reazioni dissociative come flashback come se l’evento si stesse ripresentando;  intensa e prolungata sofferenza psicologica in vicinanza di eventi che ricordano l’evento traumatico; Evitamento persistente degli stimoli associati all’evento; alterazioni negative di pensieri ed emozioni associate all’evento; disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o familiare.

Condizioni di trascuratezza sociale, ripetuti cambiamenti dei caregiver primari che limitano la possibilità di sviluppare attaccamenti stabili, allevamento in contesti insoliti come istituti, spesso presenti durante i primi mesi di vita dei bambini, può essere un requisito importante per il Disturbo reattivo dell’attaccamento. (DSM-5).

Tale Disturbo si manifesta con una serie di pattern comportamentali di attaccamenti disturbati. Una relazione di attaccamento assente o fortemente sottosviluppata tra il bambino e i caregiver. Il bambino cerca raramente o minimamente conforto quando prova disagio. Risponde raramente o minimamente al conforto quando prova disagio. Minima responsività emotiva agli altri, emozioni positive ridotte, episodi di irritabilità ingiustificata, tristezza o timore durante le interazioni con i caregiver. 

Affinandosi la ricerca si è giunti alla definizione di un’altra importante definizione, quella del Trauma Complesso. Van der Kolk ricorda che molte forme di trauma interpersonale (maltrattamento psicologico, trascuratezza, abbandono, separazione da un caregiver, perdita traumatica, testimonianza di violenza coniugale) non soddisfano il criterio A del DPTS nel DSM-5 dove di parla di un evento come morte di un caregiver o minaccia, violenza o minaccia, ecc.

Oltre all’estensione del concetto del trauma è necessario considerare il tempo in cui questo si presenta. Van der Kolk (2005) ha notato come il trauma cumulativo ha il suo impatto più pervasivo nella prima decade di vita, mentre con il passare del tempo tende a diventare più circoscritto (DPTS). Da questo ha descritto un’altra diagnosi quella di disturbo traumatico dello sviluppo.

Questa diagnosi può coinvolgere diverse aree del funzionamento del bambino:

  1. Attaccamento: problemi relativi ai confini, sfiducia, sospettabilità, isolamento sociale, difficoltà personali, difficoltà di sintonizzarsi con gli stati emotivi degli altri. Le relazioni di attaccamento sono molto compromesse e possono portare ad un’incapacità di regolare le emozioni senza aiuto esterno come eccessiva dipendenza o distacco e isolamento sociale.
  2. Livello biologico: si possono osservare problemi evolutivi nell’area senso motoria, analgesia, problemi di coordinazione, equilibrio e tono muscolare, problematiche mediche (asma, dolori pelvici, problemi dermatologici, disturbi autoimmuni);
  3. Regolazione dell’affetto: i bambini esposti a trauma complesso sono presenti difficoltà nella regolazione emotiva del Sé, difficoltà nel nominare ed esprimere emozioni, scarsa comprensione degli stati interni di sé e dell’altro, incapacità di comunicare desideri e bisogni;
  4. Dissociazione: Alterazione dello stato di coscienza, depersonalizzazione, derealizzazione, amnesia, difficoltà mnestiche. L’esposizione a traumi cronici può condurre a una utilizzazione estrema della dissociazione come meccanismo di reazione a un evento stressante che a sua volta può esacerbare le difficoltà nel controllo del comportamento, nella regolazione affettiva e nel senso di sé.;
  5. Controllo del comportamento: può verificarsi una scarsa modulazione degli impulsi, aggressività verso di sé e contro gli altri, disturbi del sonno, disturbi dell’alimentazione, abuso di sostanze, eccessiva compiacenza, tendenza all’opposizione, difficoltà nel comprendere e rispettare le regole, riesperimentare il trauma in comportamenti e giochi.;
  6. Cognizione: difficoltà nella regolazione, nell’attenzione nelle funzioni esecutive, ad elaborare stimoli nuovi, difficoltà di apprendimento, a programmare e ad anticipare, a comprendere le responsabilità, nell’orientamento spazio-temporale;
  7. Senso del Sé: la costruzione del senso del Sé nei bambini esposti a trauma complesso può essere fortemente compromessa, mostrando un senso del Sé carente, mancanza di continuità nel senso del Sé, scarso senso della separatezza, disturbi dell’immagine corporea, bassa autostima, senso di vergogna e senso di colpa.

Eventi traumatici isolati tendono a produrre singole risposte biologiche e comportamentali condizionate in presenza dei riattivatori del trauma, nel trauma complesso, maltrattamento cronico o traumatizzazione ripetuta, tendono ad avere effetti pervasivi dello sviluppo del cervello e della mente interferendo con lo sviluppo neurobiologico. Il trauma psicologico precoce provoca non solo una sensibilizzazione emotiva, ma anche una sensibilizzazione patologica della reattività neurofisiologica. Esperienze traumatiche alterano l’attività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, per un aumento del cortisolo in quanto ormone dello stress.

L’amigdala e l’ippocampo sono le due aree del cervello limbico a presentare le anomalie neuroanatomiche più significative associate alle situazioni traumatiche. E’ proprio questa parte del cervello preposta alla funzione di elaborazione e valutazione del significato emotivo delle esperienze finalizzata alla conservazione e sopravvivenza della specie umana. Sembra che i traumi legati a maltrattamenti durante l’infanzia influiscano sullo sviluppo dell’emisfero destro, dominante per le risposte di attaccamento, per le elaborazioni degli stimoli non verbali, per la regolazione degli affetti e per la modulazione delle risposte allo stress.

L’impatto del trauma nell’infanzia è sempre mediato dalla presenza/assenza del contesto familiare e in particolare delle figure più significative che dovrebbero offrire cura e protezione al bambino. La risposta del contesto familiare è probabilmente il fattore più significativo nel determinare gli esiti del trauma in età evolutiva ed è certamente più importante degli elementi oggettivi che hanno caratterizzato lo stesso evento traumatico

La clinica moderna ci offre molte possibilità di affrontare il trauma. Non solo approcci basati sul rimosso, sull’elaborazione dei ricordi traumatici, ma anche tecniche corporee. 

Somatic Experiencing è un potente metodo psico-fisiologico per il trattamento e la prevenzione dei traumi sviluppato dal dott. Peter Levine. Levine ha sviluppato, a partire dagli anni ’70, un metodo che offre strumenti estremamente efficaci per affrontare le esperienze traumatiche. Somatic Experiencing è basato sull’osservazione dei mammiferi selvatici che, sebbene abitualmente esposti a pericoli, raramente restano traumatizzati; meccanismi biologici innati di recupero permettono loro di tornare alla normalità dopo un’esperienza estremamente “forte” in cui è stata in pericolo la loro stessa vita.

Per Levine, come del resto per altri clinici, i traumi sono esperienze che irrompono nel naturale processo di autoregolazione, processo che risiede nella fisiologia dell’istinto ed è guidato da strutture cerebrali primitive (il “cervello rettiliano”).

 Il trauma quindi viene definito non dall’evento che lo ha causato, ma dall’eccesso di attivazione nel cervello limbico e nei circuiti del tronco cerebrale. Per questo la reazione traumatica è considerata una reazione fisiologica del nostro Sistema Nervoso, non patologica. I sintomi traumatici sono spesso i segnali di risposte neurofisiologiche di congelamento e di risposte incomplete di lotta e fuga

La risoluzione del trauma risiede soprattutto nel completare e scaricare questi processi fisiologici bloccati, piuttosto che nel ricordare o ripercorrere l’evento traumatico. In questo modo persone possono gradualmente elaborare l’esperienza traumatica e riconquistare una continuità e una connessione interna del Sé. 

S.E. non promuove quindi la catarsi ma aiuta le persone a passare dalla frammentazione all’integrazione e favorisce lo sviluppo della capacità innata di autoregolazione del nostro Sistema Nervoso.

S.E. lavora principalmente con il “felt sense” (la sensazione sentita) – accedendo a sensazioni corporee, immagini e schemi motori – e ci aiuta a comprendere la fisiologia del trauma e della sua guarigione e a riconoscere ed espandere le risorse interne ed esterne, come aiuto fondamentale per la guarigione.

Prima di lavorare con qualsiasi materiale traumatico, S.E. stabilizza la persona in una condizione di sicurezza e radicamento, attraverso il contatto con le sue risorse (qualsiasi esperienza ci abbia aiutato a sopravvivere fisicamente, mentalmente od emozionalmente all’esperienza traumatica). Qui di seguito proponiamo alcuni esercizi che possono aiutare, soprattutto se praticati frequentemente e con costanza, ad autoregolare il nostro Sistema nervoso, soprattutto in momenti dove non ci sentiamo ben radicati dentro noi stessi, un po’ confusi o iperattivati (ansiosi, agitati, ecc.).

Sono esperienze che possono anche integrare le pratiche che solitamente facilitano l’autoregolazione: yoga, tai chi, qi qong, mindfulness, meditazione, cantare, danzare, etc. L’invito è quello di osservare in noi soprattutto le nostre sensazioni fisiche. Le sensazioni possono essere, ad esempio, di temperatura (caldo/freddo), di movimento (tremolii, vibrazioni di varia intensità, formicolii, ecc.), di pressione/leggerezza o chiusura/apertura (al petto, negli arti, ecc.), di tensione/rilassamento, sensazioni più globali di presenza/assenza a noi stessi, di piacere o fastidio, ecc.

 Vogliamo focalizzarci sul “sentito”, seguire le tracce della nostra esperienza corporea con un atteggiamento ‘gentile’ verso noi stessi, senza giudizi. Vogliamo aumentare la nostra capacità di percezione, il livello di presenza, e osservare come stiamo “abitando” il nostro corpo nel qui e ora.

Ormai da diversi anni L’EMDR è considerato un intervento evidence based non solo per il trattamento del trauma, ma anche per il trattamento precoce della popolazione “in fase acuta” durante eventi critici nei contesti emergenziali, a seguito di calamità naturali e gravi incidenti. Secondo le linee guida del 2018 pubblicate dalla International Society for Traumatic Stress Studies (ISTSS) l’EMDR utilizzato in contesti di emergenza contribuisce a prevenire lo sviluppo del Disturbo da Stress Post-traumatico (PTSD) e di altri disturbi psicologici.

Nella stabilizzazione il respiro è una risorsa importante, trasversale a diverse discipline: troviamo infatti moltissimi riferimenti al respiro e alle tecniche di respirazione nella psicotraumatologia, nella mindfulness, nello yoga.

La respirazione è una delle poche funzioni corporee involontarie che possono essere modificate in modo volontario e consapevole. Attraverso la consapevolezza del respiro possiamo imparare a contrastare abitudini limitanti di respirazione e massimizzare quello che il nostro respiro può fare per noi come risorsa. Respiriamo 24 ore al giorno, ma per la maggior parte del tempo non ci pensiamo e non ci facciamo caso! Il respiro ci fornisce una via preferenziale verso il sistema nervoso autonomo. Nel modo in cui respiriamo risiede l’opportunità di modellare il sistema nervoso verso la sicurezza e la connessione.

 Il Sistema Nervoso Autonomo regola il nostro respiro in base ai nostri bisogni metabolici momento per momento. Il respiro è automatico, ma possiamo anche respirare intenzionalmente, andando così a modificare il livello di attivazione del nostro sistema nervoso. La respirazione è quindi direttamente collegata alla regolazione dell’energia e dell’arousal, o attivazione del sistema nervoso autonomo. 

Abbiamo un respiro più rapido se stiamo facendo uno sforzo, respiriamo più lentamente se siamo rilassati. Più in generale, quando inspiriamo il nostro sistema nervoso simpatico, responsabile dell’aumento di arousal, è leggermente attivato, quindi con ogni inspiro siamo un po’ più carichi di energia. L’espirazione attiva il sistema nervoso parasimpatico, che è responsabile del rilassamento.

La Teoria polivagale di Porges descrive il sistema nervoso autonomo come organizzato gerarchicamente, in tre sottosistemi, che organizzano la risposta neurobiologica alle situazioni ambientali e di stress:

• Il ramo ventrale parasimpatico del nervo vago: attivato nell’ingaggio e coinvolgimento sociale, essenziale per la sopravvivenza

• Il sistema simpatico: attivato nelle risposte di mobilizzazione, attacco/fuga

• Il ramo dorsale parasimpatico del nervo vago: attivato nelle risposte di immobilizzazione e collasso.

Sperimentare strategie di regolazione delle emozioni e dell’attivazione fisiologica può essere di aiuto sia per abbassare l’attivazione quando è troppo elevata, sia per aumentarla quando è troppo bassa.

Questo lavoro di regolazione emotiva permette di ampliare la finestra di tolleranza delle emozioni e recuperare uno stato di equilibrio e di stabilizzazione maggiori, che permette l’ingaggio e il coinvolgimento sociale. Le ricerche scientifiche hanno cominciato a dimostrare che la modificazione del modo in cui si respira migliora la regolazione delle emozioni, come per esempio la rabbia o la paura, e può aiutare a gestire depressione e ansia. Come ricorda anche Van der Kolk, respirare è un comportamento volontario e facilmente accessibile, che può ridurre o incrementare l’influenza del nervo vago sul cuore. Rallentare e rendere più profondo il respiro durante i momenti di stress permette, per esempio, un ritorno al controllo ventrovagale e al senso di sicurezza correlato.

Molte persone sono poco consapevoli del loro respiro: imparare a concentrarsi sull’inspirazione e l’espirazione, notare ad esempio se la respirazione è veloce o lenta, può costituire già di per sé una prima risorsa importante, in quanto restringe il focus attentivo e aumenta la consapevolezza corporea. Spesso, anche solo spostando la nostra attenzione sul respiro, la frequenza diminuisce e il respiro si allunga.

Posizionare le nostre mani sul petto, sulla pancia, sulle costole, ci offre una consapevolezza corporea del ciclo respiratorio e spesso modifica la frequenza e il ritmo respiratorio. Se volontariamente facciamo alcuni respiri lenti e profondi siamo in grado di notare gli effetti del ramo parasimpatico sul nostro arousal: il ritmo respiratorio rallenta, il battito cardiaco si regolarizza, si sciolgono le tensioni nel corpo. 

La regolazione volontaria degli esercizi  respiratori influenza gli stati psicologici e spesso può aiutare a stabilizzare le risposte post-traumatiche. Anche Pat Ogden ricorda che esplorare diverse modalità di intervento e modificazione del ritmo del respiro può essere una risorsa preziosa per il lavoro su vari sintomi: per esempio regolare l’iper o ipo-arousal, aumentare o diminuire l’intensità emozionale, fornire energia, favorire il rilassamento, promuovere la salute fisica. 

La consapevolezza di come il respiro sia in grado di sostenere più attivazione (sistema simpatico) o più rilassamento (sistema parasimpatico) può essere utile per aumentare l’ampiezza della finestra di tolleranza. É importante sottolineare che non c’è un modo corretto di respirare: diversi modi di respirare sono appropriati in differenti circostanze.

 A volte abbiamo bisogno di una respirazione più veloce, per supportare uno sforzo o una reazione attiva. Altre volte abbiamo necessità di recuperare una respirazione più lenta, per attività di riposo. Proviamo a immaginare una respirazione rapida e veloce mentre decidiamo di stare sul divano a leggere un libro o quando andiamo a dormire, e immaginiamo di affrontare una corsa o di scappare da un pericolo con una respirazione lenta! Il nostro corpo ha una capacità innata di regolare l’energia necessaria in momenti differenti. 

Possiamo tuttavia osservare due pattern di respirazione problematici: una iper-respirazione, soprattutto toracica, che tende all’iperventilazione, e una ipo-respirazione, che tende alla ipoventilazione. Negli individui iperattivati l’intensità e il ritmo accelerato delle emozioni, delle sensazioni e degli stimoli sensoriali interrompe il ragionamento e la capacità di attribuire significato a quanto accade. Gli individui ipoattivati possono sperimentare debolezza motoria, torpore della sensibilità corporea, difficoltà di sperimentare reazioni emotive di fronte ad eventi significativi.

 In entrambi i casi una attivazione disfunzionale interferisce con la capacità di pensare con lucidità. Le ricerche scientifiche e cliniche hanno evidenziato che si può insegnare ai pazienti a notare le loro tendenze respiratorie e le sensazioni generate da esse, per poi provare a modificare la loro respirazione e notare le differenze nelle sensazioni corporee e nell’arousal. Possiamo per esempio chiedere di notare se il loro respiro è lento o veloce, leggero o profondo, più centrato nel torace o nella pancia. Possiamo suggerire di posizionare le mani sulla cassa toracica e sull’addome mentre percepiscono il respiro e questo può aiutarli a notare se stanno respirando con il torace o con il diaframma. In linea generale enfatizzare l’inspirazione fa accrescere l’arousal, mentre enfatizzare

l’espirazione lo fa diminuire e supporta il rilassamento. 

Questa consapevolezza può essere utile per stabilizzare sia gli stati di iper sia quelli di ipoarousal. Si può notare cosa succede se si prova una lunga inspirazione e un’espirazione più breve o viceversa. Più si sta concentrati sul proprio respiro e più se ne trarranno benefici, specialmente se si presta attenzione fino alla fine dell’espirazione e ci si prende un momento prima di inspirare un’altra volta.

 Discipline come la mindfulness e lo yoga enfatizzano l’importanza del respiro per la salute psicofisica e per la stabilizzazione. Partendo dal presupposto che lo stato della mente influenza il respiro, se la mente è agitata il respiro diventa più corto e superficiale, mentre se la mente è tranquilla, il respiro diventa più lungo e profondo. 

Nelle pratiche di mindfulness la respirazione può essere considerata l’ancoraggio della mente e del corpo nel qui e ora: sintonizzarci sul suono del respiro può calmare il senso di caos e frenesia e rallentare gli ingranaggi del cervello che si inceppano in pensieri negativi. Osservando e ascoltando il respiro iniziamo a prendere distanza dal vortice dei pensieri. Se ci riusciamo, ci ritroviamo in uno stato meditativo. In questo modo la mente si calma. 

Nello yoga questa forza ed energia vitale è chiamata Prana. Le tecniche di respirazione yoga si chiamano pranayama. Il pranayama è prima di tutto consapevolezza del respiro: concentrare l’attenzione sul respiro aiuta a mantenere la mente vigile e consapevole. Il respiro diventa l’unico processo su cui dirigiamo l’attenzione e ad un cambiamento del respiro può corrispondere un cambiamento della mente.

BIBLIOGRAFIA

American Psychiatric Association, DSM-5

Didier Anzieu, L’Io-Pelle

Joyce McDougall, I Teatri del Corpo

S. Freud, Al di Là del  principio del Piacere

Stephen W. Porges, Sicurezza Polivagale

Vincenzo Caretti, Giuseppe Craparo, Trauma e Psicopatologia

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) promuove l’educazione sessuale completa  (CSE – Comprehensive Sexuality Education), un approccio basato sull’evidenza e che comprende conoscenze, valori ed esperienze per raggiungere il benessere sessuale degli individui attraverso un percorso che copre tutte le fasce d’età e della vita. L’obiettivo della CSE è promuovere la salute sessuale e riproduttiva, il rispetto

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